TIPO SHARAZAD

La silloge di racconti “Nottetempo”, pubblicata da Carabba, contiene anche una novella di Sandro de Nobile, che inizia così:

-Entrò Carla…-, comincio.
-Ma che razza di inizio di fiaba è?-, mi risponde un po’ contrariata.
-Pare sia uno dei più begli incipit della letteratura italiana, di che ti lamenti?
-Non mi piace. Che fine ha fatto “C’era una volta…”?
-Mandato in pensione. Ma mi lasci raccontare?
Maledetto io e la mia educazione letteraria, quando si racconta una storia si finisce sempre col litigare, e a volte non si arriva neanche alla fine.
-E va bene, racconta….-, si piegò infine.  continua…
-Dunque, entrò questa Carla. La casa che si trovò di fronte non aveva proprio un aspetto fiabesco: mattoni sbrecciati per pavimento, su cui razzolavano animali di ogni genere: tre maiali orwelliani con attitudine al comando, oche giulive con tanto di contratto televisivo già pronto, galline in sciopero contro il genocidio della loro prole pro frittate, una capra saltabeccante, un gallo solo beccante, due pecore che mordevano, un asino recalcitrante…
-Ma non ti sembrano un po’ troppi sti personaggi?
-Ma non sono mica personaggi! Trattasi dello sfondo, del paesaggio, del contesto socio-culturale in cui si svolge la fiaba….
-Ah… Quand’è così…Non è che facciamo notte, qui?
-Se mi interrompi sempre sì… E poi è già notte… Comunque, a farla breve, un vero porcile, questa casa in cui entrò Carla, che ne era certamente disgustata, ma che nondimeno vi dimorava, da quando la sua mamma era morta e l’avevano affidata agli zii di campagna, con i quali ora viveva, assieme alle due cugine di campagna…
-Che cantavano sempre delle canzoni oscene degli anni ’70, vero?
-Lo sapevo che dovevi fare la battuta sulle cugine di campagna… Posso andare avanti?
-Sì.
È proprio sveglia, nonostante l’ora non vuole saperne di dormire, anzi, interviene a correggere, criticare, interpolare la fiaba che tanto faticosamente vado costruendo.

E dire che le fiabe io non le posso soffrire, né tantomeno le so raccontare, figuriamoci poi a inventarle, so di fare pena, ma tant’è, stasera sono obbligato, e lo faccio, sperando soltanto di riuscire bene nel mio scopo.
-Dunque, dicevamo di queste sorelle, che si chiamano… uhm… Grumilda e Flatulilla… La prima perché non si lava da talmente tanto tempo da essere tutta ricoperta di grumi, appunto, d’ogni tipo, sui capelli, sulla pelle, sugli occhi, come il fuligginoso fratello del diavolo dei fratelli Grimm, quello che resta al servizio di Satana per sette anni e…
-Ma mo questo che c’entra?
Ha ragione, la mia piccolina, non c’entra proprio un bel niente. Mi sa che non so proprio raccontare, e poi mi perdo sempre in queste citazioni, forse per far vedere quante cose so e quanti libri ho letto, senza pensare che non gliene frega proprio niente a chi ascolta la fiaba di tutto ciò.

Ricominciamo.
-E poi c’è Flatulilla, la quale, come dice il nome stesso, coltivava la temibile virtù dell’emanazione di fiati, da ogni cavità e da ogni membro, condite dal puzzo naturale di chi vive in un tugurio, in lei decuplicato dall’innata propensione al grasso ed al sudore.
-Che schifo!
-Hai ragione. E la pensava come te anche Carla, che se ne voleva andare, fuggire via da quella dimora invivibile, con due zii schiavisti che la costringevano a turni massacranti, e vai a pascolare le pecore, e metti da mangiare ai polli, e vai a prendere l’acqua al ruscello (che distava sei chilometri), e via di questo passo, con le due cugine a scaccolarsi al sole, e lei a non ricevere niente in cambio, né stipendio né contributi, roba da far sbiancare anche tutti questi lavoratori precario-atipici di oggi, co.co.pro. e co.co.co., lei di cococò c’aveva solo le galline, in sciopero, perché loro avevano la tessera della C.G.I.L. e una spiccata coscienza politica, maturata in anni di duro lavoro, mentre a lei mancava una qualsivoglia educazione ideologica, non aveva letto che pochi passi di “Materialismo ed empiriocriticismo” di Lenin, scritti col sanguinaccio di un martire delle rivoluzione da parte dei maiali orwelliani…
-Non ci sto a capì più niente…-, mi interruppe.
Sembra che si voglia addormentare. La testolina bionda affonda sempre di più nel cuscino, la voce si fa flebile, gli occhi si socchiudono, Morfeo pare prendersela…
-In ogni modo una sera Carla dal ruscello non tornò e se ne scappò via nel bosco…
-Bell’idea, scappare nel bosco di sera… E chiamare a gran voce il lupo no? E gettarsi in una pozza di piranhas? E attraversare l’autostrada di notte e senza guardare? Una donna, sola, nel bosco, di sera, quando anche la canzone lo dice che non ci si deve andare, nel bosco, di sera… Ma ti sembra plausibile?
È sarcastica. È sveglia.
-Era l’unico modo per fuggire. Certo di sera, nel bosco, Carla aveva paura, tanto che, ad un certo punto, quando la luna era già alta nel cielo, decise di fermarsi, e non trovò miglior riparo di una vecchia, enorme quercia cava, dentro la quale si appisolò.
-Mmh, bel progresso, da un tugurio a una quercia bucata, probabilmente marcia. Proprio intelligente, questa Carla…
-Dai, lasciami continuare… A un certo punto della notte, Carla venne svegliata, e sobbalzò, sbattendo la testa nel legno di quercia, perché aveva sentito qualcosa che la sfiorava, come una mano…
-E cos’era?
-Una mano, appunto. La mano di uno gnomo, piccolo e tozzo, dalla faccia caricaturale già di suo, brutto da far paura, ma vestito elegantemente, Ermenegildo Zegna mi sembra, e con in mano una calcolatrice gigante…
“Che ci fai nella mia dimora?”, tuonò il nano.
E Carla, timida e spaventata, rispose: “Scusi, sa, cercavo un riparo per la notte, e allora…”
“Allora le è parso naturale occupare abusivamente un alloggio altrui, certo!”
“Scusi, ma non sapevo proprio dove andare…”
“Lei è una senzatetto, dunque?”
“È che sono scappata di casa, e allora…”
“Fuggita di casa… Senzatetto… Probabilmente drogata…”
“No, questo no!”, si schermì Carla.
“Ma se si sente lontano un miglio che si è fatta una canna!!”
“Non è vero! Quello che sente è forse il tanfo di mia sorella, che mi è rimasto attaccato…”
“E che sono armi chimiche quelle che sgancia sua sorella? Sarete mica iraniane, o quelle robe lì? Ce l’hai il permesso di soggiorno?”
“Ma se abito proprio appena fuori dal bosco!”, insistette Carla, che ora, a dire il vero, si era un po’ stufata di questo nanerottolo, che aveva da ridire su tutto, ed era sospettoso alla massima potenza, evidentemente razzista e molto, molto brutto.
“Comunque qua non può stare,” riprese lo gnomo, “questa è la mia casa, la dimora ufficiale del Ministro della Funzione Boschiva, una sede istituzionale.”
“La prego, mi lasci restare, non ho un altro posto dove andare…”
“Questi sono problemi suoi. Ma lei, mi scusi, ce l’ha un lavoro?”
“E questo che c’entra? Comunque… Ce l’ho e non ce l’ho…”
“Ecco, lo sapevo, un’altra fannullona, incapace di ritagliarsi un proprio ruolo in questa società moderna e dinamica, e che magari andrà domani ad ingrassare le fila dei dipendenti pubblici, vera e propria palla al piede di questo paese, nel quale il merito pare essere…”
“Uhé, ma che diavolo va blaterando?”, rispose, finalmente stizzita, Carla, che aveva ormai un diavolo per capello, appunto. “Innanzitutto dove la vede, lei, questa società moderna e dinamica? Siamo in un bosco, non c’è un lampione, non c’è una strada, lei, un ministro, vive in un albero fracico e mi viene a fare la morale a me, che magari vengo pure da un porcile, ma sempre meglio di questo buco lo è. E poi, riguardo il posto statale… Con gli stipendi da fame che prendono, chi lo vuole più, oggi? No, no, lei si sbaglia, io voglio ben altro per la mia vita, ho sogni ben più grandi: un reality, per cominciare, e poi ancora tanta TV, ballare, cantare, poi un altro reality, uno per famosi, stavolta, perché già sarò famosa, quindi un marito ricco, ville, Lamborghini, vacanze a Porto Cervo, un amante giovane, un divorzio miliardario (a carico di mio marito), un film di Natale, un altro reality, ché tanto di quelli di prima se ne saranno già dimenticati, un altro marito, un’altra villa, una Jaguar, vacanze a Portofino, una casa a…
“Basta, credo di aver capito… Ma penso non possa restare lo stesso…”, intervenne lo gnoministro, non più tanto aspro, però.
“E dai, gnomino mio…”, disse Carla, e nel dirlo si scosciò ampiamente, facendo intendere, senza lasciare troppo adito al dubbio, a cosa sarebbe stata disposta e di cosa sarebbe stata capace.
Così, i due passarono la notte nel buco, e non mi soffermerò sui particolari, ma posso dire che lo gnomo, per una volta, il mattino seguente non si sentì più tanto gnomo.

-Guarda che l’ho capito a chi ti riferivi.
Mi rimprovera, ora, ma io l’ho sentito che rideva, avvoltolata nella coperta, anche se vedevo soltanto la sua fronte e i suoi capelli, a contrastare il buio della notte col loro chiarore.
E ora sorride, ha l’animo sollevato, nonostante non ami la politica la storia le sta piacendo, la rasserena.
Ma di dormire non vuole saperne.

 

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