Racconto LA SIGARETTA

A pochi passi da lui sedeva, proprio ai bordi della piscina, Lucio Anneo. E fumava beatamente sulla poltrona di tela bianca, lo sguardo fisso sulla testolina bruna che emergeva a tratti regolari dall’acqua, in una corolla effimera di spruzzi e poi subito si immergeva e spariva.

Istintivamente si stropicciò gli occhi, più volte. Anche il Maestro, adesso! Un fastidioso prurito

gli si spandeva su per il naso e per la gola. Accidenti! Estrasse dalla tasca il piccolo nebulizzatore e schizzò due dosi di prodotto per narice. Poi si poggiò una mano sul viso, a chiudere con il sipario tiepido della carne la visione di un mondo estraneo, lontano, eppure vicino, molto vicino al suo spirito e pìù attraente. Cadde in un temporaneo, profondo torpore. Non udì più voci, rumori, né percepì accanto al braccio il fruscio della brezza che faceva fare flop flop al tendone del riparo. continua

Quando si destò e la vide, il Maestro non c’era più: vuota la sdraio, deserte la piattaforma e la passeggiata del ponte laterale. Ed ecco che lei, agile e leggera, risalì il bordo della piscina, si avvolse nell’accappatoio e si accomodò soddisfatta sul materassino.

Era il crepuscolo, una luce dorata attraversava l’aria, proiettando lunghe ombre sulle paratìe, sulle scale, sul corrimano. Lei aprì un pacchetto di sigarette e ne mise una tra le labbra. Quindi frugò nella borsetta, con insistenza. I suoi capelli scuri grondavano rivoletti argentei lungo il collo, ma lei non se ne diede cura. I riflessi del sole basso sull’orizzonte incendiavano le minuscole perle liquide che le ornavano la fronte, le ciglia, le gote, le orecchie.

Egli la osservava da quel remoto banchetto di poppa, dove s’era sistemato per riposarsi. La vide scuotere più volte la borsetta, prima di posarla sul bordo e allungare il braccio, in un repentino, inutile scatto. Oh, mio dio!

Oh, mio dio! Quel sospiro produsse nei suoi timpani un’eco di voce antica, quasi un gemito tra le fronde di Dodona, un lamento infantile, il suono flebile di vocali attiche.

L’accendino, scivolato tra le cianfrusaglie sparse, stava affondando nell’acqua trasparente. Egli si alzò con un balzo e le fu accanto. La ragazza gli sorrise, stringendosi nelle spalle. Lo aveva riconosciuto. Si tolse la sigaretta di bocca e, reggendola tra le dita, indicò il fondo della piscina, dove quel cilindretto colorato e lucente giaceva ormai, più simile a un frutto di mare sconosciuto che a un oggetto in grado di produrre fiammelle.

Oh, mio dio! Si frugò istintivamente nelle tasche, ma non vi trovò il pacchetto di zolfini che di solito portava con sé.

Peccato!

Peccato! Ripeté lei, in un filo di voce. Poi si distese sulla schiena, il capo reclinato sul braccio, la sigaretta tra le labbra, che somigliava a un bucaneve non ancora schiuso.

Un momento! E corse verso l’ingresso di coperta, dove una tenda merlettata fluttuava all’aria. Torno subito.

Corse per il lungo corridoio e si ritrovò nel salone bar. Gli altoparlanti diffondevano soffusamente una melodia popolare del Peloponneso. L’ambiente risplendeva di specchi e suppellettili d’argento, ma appariva completamente deserto. Chiamò i camerieri: nessuno venne. Decise allora di salire al ponte di prima classe. Spalancò la porta a vetri e si precipitò per le scale rivestite di moquette.

Il ponte non presentava segni di vita. Il ristorante, dai larghi tavoli ovali già apparecchiati, era avvolto da un denso silenzio, le cristallerie riflettevano gli ultimi raggi del sole morente. Nei rettangoli di cristallo della porta girevole, intravvide un viso contratto dallo spasimo , stravolto dalla concitazione e dallo sforzo, moltiplicato all’infinito. Non si riconobbe. Stette lì lì per gridare con tutto il fiato dei polmoni: un fiammifero! Un fiammifero, per cortesia! Alla fine si identificò e una sottile angoscia lo ferì alla gola.

Aveva trascorso l’intera mattinata a studiare una dibattuta questione terminologica, concernente l’idea del Male, in un testo dell’Anno Mille. Nel pomeriggio, in cabina, aveva riletto quei passi del “De tranquillitate animi” e dato fondo a un intero pacchetto di “esportazioni” senza filtro e il fumo di quell’aroma pesante e forte aveva intriso perfino le parole, i fogli e la maglietta di cotone indiano.

Accidenti! Si ricordò del fatto e si precipitò per le scale, diretto alla sua cabina. Ma anche qui nessuna traccia di sigarette e cerini. Dio mio! L’ambiente era stato riordinato: il letto rifatto, con lenzuola pulite, gli asciugamani cambiati, nel bagno, lavati e lucidati persino i due portacenere di ottone. E adesso?

Accostò la fronte alla mensola dello stipo. Non doveva disperarsi. Per nessuna ragione. Il cordovano glielo aveva insegnato amabilmente. Tempi terribili quelli dell’Impero. Ma per un fiammifero egli adesso avrebbe barattato tutta la saggezza degli stoici e di più le belle pagine del “De Providentiae” che aveva commentato e la gioia del “De vita beata” e anche tutti i suoi preziosi libri di latino, le traduzioni critiche e le sudate pagine affilate l’una dietro l’altra per il Dottorato di Ricerca. Un fiammifero! Uno spilletto di abete con una goccia di polvere colorata in cima. Alla fin fine anche una scheggia di pietra focaia. Per questi avrebbe rinunciato all’incarico presso l’Istituto di Filologia Classica, senza battere ciglio. Sì, certamente: per un’effimera, viva fiammella.

Tornò sul ponte. Urlò nei boccaporti, suonò la campana di guardia. Niente da fare. Non v’erano tracce di presenza alcuna. Si infilò allora in un bagno e si fece scorrere un forte getto d’acqua sulla nuca. Rivedeva il sorriso della ragazza appena uscita dall’acqua, il giorno precedente quando, inclinando lievemente il viso, gli aveva risposto:- Non so, vedremo.

Un sentimento di rabbia cominciò a stringergli il petto, quasi un impeto di rancore verso il suo destino, mentre le braccia e le mani si caricavano del vigore selvatico del predatore e il cuore si gonfiava di un fatale istinto sanguinario. Cosa avrebbe fatto adesso? Il suo sogno si dileguava, svaniva dietro i riflessi tremuli dei tendaggi, nella vuota ostilità dei corridoi.

Scese nella stiva, spalancò porte proibite, azionò congegni elettronici, allarmi di ogni sorta. Nessuno venne ad aiutarlo. Gli parve d’essere risucchiato nell’abisso di un incubo. Eppure la nave filava dritta sul mare calmo, lasciandosi dietro una larga scia spumosa. All’orizzonte, segnato da una bruma lattiginosa, già si scorgeva il profilo bluastro dell’isola di Citera, come la testa di una Core addormentata sui flutti. Il sole era appena tramontato e un chiarore opalescente incendiava la foschia che saliva lungo le murate.

A riprova che non stava sognando e che, nonostante tutto, era ancora vivo e vegeto, il dottor Antonio Albamonte risalì di corsa le scale del ponte di poppa. La ragazza se ne stava tranquilla sulla sdraio occupata in precedenza da Lucio Anneo, la sigaretta ancora tra le labbra, candida e intatta. Osservava il cielo, le nubi lontane spinte dallo scirocco, il planare lento di un gabbiano.

Capì. Bisognava accettarsi, ammettere la sconfitta, la propria inettitudine. “Ciò che vuolsi compiere per amore, non giova a volte all’amore”. Ecco: accettarsi così com’era, nudo e goffo, umilmente, senza aver avuto la possibilità di compiere quella modesta azione cavalleresca: accendere una comune fiammella, eppure grandiosa, eroica. E tutto per una sottile Macedonia con filtro, per lei.

Si avvicinò timidamente. Ella lo invitò con un sorriso penetrante come una sciabolata di sole tra i vetri.

Antonio si accoccolò accanto alle sue gambe nude e spalancò le braccia. Somigliava a uno spaventapasseri stravolto dalla bufera.

“Grazie.” Si tolse la sigaretta dalle labbra e gli porse la mano. “Merci”, ripeté graziosamente.

“Di che?”, sussurrò Antonio, chinandosi ancora in avanti, a osservare l’accendino che luccicava tremulo sul fondo della piscina.

“Del fuoco”

“Quale fuoco?”.

“Oh!”. Gli mostrò la sigaretta, mentre la stringeva tra le dita e la spezzava. “A che serve tenerla ancora: l’ha già accesa.” E la gettò nel bidoncino porta rifiuti.

In quel preciso istante la sirena emise un ululato e sulla plancia riapparvero gli ufficiali. Nei saloni riprese la conversazione, in varie lingue. Ai tavoli la gente mangiava, beveva, fumava tranquilla.

Antonio guardò la ragazza: una luce misteriosa le accendeva le pupille, di un colore verde cupo; le lunghe ciglia trattenevano ancora sfavillanti perline d’acqua.

“Grazie”, lei disse ancora. Poi gli strinse amorevolmente il capo tra le mani.

Stettero abbracciati in silenzio fino al sorgere della luna quando, due ore dopo, la nave entrò nel porto e attraccò alla banchina.

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