Racconto ALTRE DISTANZE

“ Proprio sfigato, oggi!”.

Adriano balzò dallo scanno e andò a controllare. Il rullo numero sette si era bloccato e il nastro si sgranava sulle griffe.

“ Devo rimetterci mano, adesso”.

In quel momento – altra diabolica disdetta –cominciarono a squillare i due telefoni del banco.

Il dottore, l’aiuto regista e la segretaria di edizione.

“ Signornò! Non ce la faremo per mezzogiorno e nemmeno per stasera” tagliò corto Adriano. “ In nessuna maniera, Beh, sì, vero, vero… Fellini ci veniva di corsa, con nove pizze e più, vero, vero.. Ma non era così fiscale, porca troia!”. Riattaccò secco un ricevitore, l’altro lo teneva in aria, senza più ascoltare . “ Qui oggi ci sono le presenze. Ma dai, dotto’, io lo faccio il mio dovere, è il nastro che non fila”. Mosse a sfregio il cursore. “ E tu, Lola, va’, va’, che te la mostro io la perfezione!”. Altra sbattuta , con rimbombo.

Trasse un respiro poi sfilò delicatamente il nastro bianco che disubbidiva: quello del silenzio anzi della memoria. Ma hanno memoria le pellicole? Ma sì che ce l’hanno. Ogni inquadratura è un ricordo indelebile, e i ricordi, fotogramma per fotogramma, formano i frammenti della realtà che è la vita, la vita del film. Anche i rumori e i silenzi. Così come i bui e le luci, le fantasmagorie e lo sfascio, la dissolvenza d’apertura e il fondu.

Si pose a riascoltare la pista ottica, le cuffie ben calcate sulle orecchie, i due indici e pollici che pigiavano e regolavano il potenziometro. “ Topa gioconda! Ma questo prima non c’era!”. Si alzò sconvolto e andò a farsi un caffè al distributore.

Dal nastro numero sette saliva un fruscio intermittente, un fruscio d’acque, di rivoli leggeri e poi venivano fuori, come da lontano, un vociare infantile, un mugugnìo e poi ancora un imprecare isterico che gli ricordava le belle invettive di quella bocca aperta della Magnani. Quindi silenzio, silenzio profondo, puro fruscio bianco, ancora silenzio fino a che riprese ad emergere un muoversi leggero, sommesso di piccoli oggetti, poi uno scalpiccìo duro sul pietrisco e infine un sospiro lieve, di rassegnazione, quasi un affanno contenuto, eppure dirompente, doloroso. Contianua

Mannaggia!. Non ci fosse mai andato a gavazzare la sera prima, in quell’Hostaria di Testaccio. Era così necessario andarci? A brindare al direttore della fotografia che partiva per Los Angeles… Così necessario? A li mortacci tua, Marce’! Che fossero ancora i fumi del Brunello di Montalcino e il peso di quelle fritture villerecce a dargli addosso, a rendere attive le presenze? Ma dai!

Con santa pazienza e santa polpastrata, sfregatesi per bene le palme e invocato il Maestro, ci rimise mano alle bobine, di brutto, deciso a non mollare, a costo di farci la notte là sopra, la notte ormai, e a gratis.

Venne Pier Damiani a sederglisi accanto. Reggeva i fogli della sceneggiatura e delle modifichenecessarie. Venne anche Stridula, pronto a controllargli al capello cursori e livello- effetti, dacché alle musiche e ai dialoghi ci pensava lui e solo lui.

Ma poco prima di riattaccare ecco, gli scattò un pensiero, come una freccetta che s’appuntasse violenta e precisa al centro del bersaglio: il trench chiaro appeso dietro la porta.

“ Già, te lo volevo dire anch’io”, ammise Stridula, socchiudendo gli occhietti da faina. “ Non ci volevo credere, ma è vero”.

“ Vero del tutto?”

“ Del tutto. L’ho persino toccato, stretto fra le dita, così…”.

Al mattino Adriano, come tutte le mattine, aveva varcato la barriera d’entrata alle otto precise ed era andato a parcheggiare in fondo agli studi, dalla parte opposta, là dove, d’estate, si fanno gli spettacoli circensi e quelli degli stunt-men sulle automobili dalle ruote giganti. Ci andò a occhi chiusi: i viali di Cinecittà li conosceva da prima che nascesse, poiché sua madre ce lo portava nella pancia lì, quando faceva la comparsa e poi quando faceva l’assistente costumista. E sua madre aveva la stessa bell’età di quei grossi pini che custodivano la memoria dell’origine, delle stagioni felici.

Venendo giù a piedi, in prossimità dei depositi, gli era parso di scorgere, adesso se lo ricordava perfettamente, anzi di scoprire quasi – ché usciva giusto da dietro l’infilata dei pannelli raffiguranti il bar e il caseggiato stile tardo Ottocento del film Sobborghi – un signore alto e magro, distinto, con un cappello floscio a falde larghe e indosso quell’impermeabile chiaro. Con una mano reggeva un sottile bastone di ebano, dal manico d’argento e porgeva l’altra mano a una ragazza, una signorina dall’aria svagata e triste. Sì proprio triste era e non vezzosa e svampita e ammiccante come l’altra, quella di un tempo. Eppure le rassomigliava come una goccia d’acqua. “ Che sia tornato Mario Camerini?”.

Lo immaginò in quel pomeriggio inoltrato di novembre che bisticciava con Assia Noris, in quel punto preciso, davanti al bar vero, durante una pausa di lavorazione.

Non ci fece caso più del dovuto. Proseguì. Ma ecco che poi, durante la pausa pranzo, rivide l’impermeabile bianco appeso a una gruccia, nel guardaroba, con sul colletto un galano di stoffa rosso lacca.

“ Le presenze! “, commentò Stridula, il cucchiaio del minestrone a mezz’aria, tra il piatto fumante spruzzato di parmigiano fresco e la bocca spalancata. “ Vengono a rivedere i luoghi, le scenografie conservate nei capannoni, prima che le svendano”.

“ Quei legnacci fuffi colorati di terra?”.

“ Sì. Lo faceva anche Josef Von Sternberg negli studi dell’UFA a Tempelhof , a Neubabelsberg e in qualche altro angoletto di Berlino”.

“ Ma dai! Me la suoni come il pifferaio di Hamelin adesso?”.

“ Guarda che lui, Mario, lo aveva conosciuto a Vienna e poi erano diventati amici.”

“ Proprio le cronache di Grand Hotel!”.

“ Stammi a sentire, non scherzo: Von Sternberg gli fece leggere gi appunti per Shangai Express”, il film conla Dietrich”.

“ E lui come la prese?”.

“ Ciun, Chin, Lha! Si farà, si farà…”

Risero a lungo, Adriano e Stridula, si liberarono dei groppi alla gola e dei sospetti reciproci. Con loro sedevano alla mensa Lola e il dottore. Prima di lasciarsi, Stridula gli consegnò il fascicolo con le modifiche che lui, immancabilmente, sparpagliò in seguito sulle poltrone della sala mixage

Più tardi, all’ora del the, la grande arricciata dei nastri, la nuova Grande Illusione.

Ma adesso Adriano era pronto a ricominciare, a costo di farsi passeggiare sul petto, per l’intera nottata, Lola, Assia Noris, l’Angelo azzurro,la Venerebionda con i tacchi a spillo e la frenesia del sabato sera. Le presenze lo avrebbero assistito o, quanto meno, lasciato in pace.

“Dang! Ancora! Per tutte le zozze del cinema!” Adriano balzò in piedi come una belva. “ Non gliela darò vinta.”

L’intera notte si accanì sul banco elettronico, srotolò nastri e riversò i tratti controversi o dubbi. Poco prima dell’alba il sonno lo vinse. Ma non dormì a lungo. Il freddo lo punzecchiava sugli arti, lungo il collo e il viso. Alzò il mento dal banco. “ Un caffè doppio e ci rimetto mano”. Sbadigliando si avviò verso la hall della palazzina.

Il cielo era plumbeo oltre i tetti delle costruzioni. Nei viali non si vedeva anima viva.

La direttrice lo aveva mandato a chiamare, la sera precedente, ma egli aveva declinato l’invito

Il guardiano aveva lasciato il biglietto di controllo nella portineria.

Lo trovò chiuso il bar. C’era da immaginarselo. Il bar è sempre chiuso quando lo macchinette automatiche sono scariche. Gettò un’occhiata all’orologio: le sei meno un quarto. Si sedette sconsolato sul cordolo dell’aiuola, la schiena contro il tronco di un pino. E poco prima che ripiombasse nel sonno li vide, li vide passare in fondo al viale: lui, il vecchio con il trench e la ragazza, con quella pettinatura anni Quaranta e le calze corte, bianche. Si dirigevano verso il teatro numero cinque, all’interno del quale stavano montando la scenografia del grande salone del transatlantico, per il Pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore.

“ Macché!”, sbuffò, in un ghigno. “ Non li ho visti proprio. E non li vedrò più, nemmeno nelle foto”. Si alzò e riempì i polmoni di aria fresca, di quell’aria particolare di periferia, profumata di sterri appena compiuti, di nebbia, di foglie marcite, di tufo umido e cornetti caldi.

Nonostante l’accanimento di questo tecnico geniale, l’edizione del film Altre distanze fu rimandata per mesi e mesi ancora. Alla fine le distanze si accorciarono, ma Adriano ( che s’era concessa una forzata vacanza premio a Davos) morì d’infarto, una di quelle sere scialbe di noia internazionale e di chiacchericci insulsi. Indossava un trench bianco ghiaccio e nella mano sinistra stringeva il tasto nero di un cursore.

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